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Fuori dall’inquadratura

Tutti vedono la fotografia, quando qualcosa ha finalmente preso forma. Una firma in fondo a un contratto, una porta che si apre, il nome scritto dove per anni avevi immaginato di trovarlo, ma la fotografia arriva sempre dopo, quando il sangue si è già asciugato e le mani hanno smesso di tremare.

Quello che viene prima quasi nessuno lo conosce.

Le tre del mattino con la cucina accesa e il resto della casa immerso nel buio, una tazza ormai fredda tra le dita, il silenzio che diventa così grande da costringerti ad ascoltare pensieri che durante il giorno riesci ancora a tenere fuori dalla porta. Le decisioni prese quando ogni possibilità aveva un prezzo e nessuna somigliava davvero a una salvezza. Quel momento preciso in cui capisci che scegliere significa perdere qualcosa e che, da lì in poi, crescere avrà sempre un rumore simile a quello di una porta che si chiude.

Ho lasciato persone lungo la strada.

Alcune lentamente, quasi senza accorgermene, come accade con certi paesaggi che scompaiono dallo specchietto mentre continui a guidare. Altre le ho perse con uno strappo netto, portandomi dietro per tanto tempo le parole che avrei voluto dire meglio, quelle che avrei dovuto tacere, e quell’abbraccio che allora sembrava uno dei tanti e che dopo è diventato l’ultimo.

Ho perso anche versioni di me.

Quella che rimaneva sempre un passo indietro per non essere vista, quella che restava un po’ più del necessario per paura di ferire qualcuno, quella che sapeva perfettamente quando andarsene e trovava ogni volta un motivo per aspettare ancora.

Alcune le rimpiango.

È questa la parte che di solito si racconta male, perché ci piace pensare che ogni trasformazione sia una salita ordinata verso qualcosa di migliore. Io ho conosciuto cambiamenti che avevano il sapore di un lutto e conquiste che, la sera, lasciavano una sedia vuota davanti.

La vita qualche volta ti consegna ciò che desideravi e ti presenta nello stesso istante il conto.

Ho sbagliato strade, persone, tempi. Ho messo anni dentro cose che non avrebbero restituito neppure un pomeriggio, ho difeso progetti già morti perché ammetterlo mi sembrava peggio che continuare a crederci, ho confuso la fedeltà con la permanenza e la speranza con l’ostinazione.

Poi arriva un giorno in cui resta soltanto da ricominciare, senza musica e nessuna frase memorabile.

Ti alzi, apri una finestra, sistemi due cose sulla scrivania, rispondi a un messaggio, ti lavi i capelli mentre fuori passa una macchina, qualcuno porta a spasso il cane, il bar all’angolo alza la serranda. Il mondo ha l’indecenza di continuare esattamente come prima, mentre tu stai raccogliendo da terra ciò che rimane di una vita che fino alla sera precedente credevi ancora intera.

È lì che accadono molte delle cose decisive, in quei giorni senza testimoni e forse è per questo, che quando tutto è passato, agli altri sembra facile chiamarlo successo.

Vedono ciò che è rimasto in piedi, ma ignorano quante volte è crollato.

Vedono la persona che oggi sa dire di no e non hanno conosciuto quella che tornava a casa con il nodo in gola dopo avere detto l’ennesimo sì contro se stessa. Vedono la scelta compiuta e non la notte precedente, quando hai provato cento volte la firma su un foglio qualsiasi perché la mano smettesse di tremare.

Qualcuno la chiama fortuna e a me questa parola ormai fa quasi tenerezza.

La fortuna avrà anche avuto le sue giornate, immagino, magari sarà entrata da qualche finestra lasciata aperta, avrà spostato di pochi istanti una coincidenza, messo una persona nel posto giusto, acceso una luce quando ancora non vedevo la strada.

Ma il resto l’ho pagato.

Con tempo che nessuno restituirà, con errori che porto ancora addosso come certe cicatrici sottili che si vedono soltanto d’estate, con persone che avrei voluto accanto e che accanto non potevano più stare.

Per anni ho pensato che arrivare significasse finalmente smettere di avere paura e adesso so che alcune paure rimangono. Cambiano voce, diventano più educate, imparano a sedersi in disparte mentre vivi, ma ogni tanto tornano a bussare,

Le riconosco.

Sono state con me abbastanza a lungo.

Ciò che ho costruito nasce dall’aver continuato mentre una parte di me avrebbe voluto soltanto tornare in un luogo conosciuto, da quella ostinata fedeltà a qualcosa che per molto tempo esisteva soltanto dentro di me.

Per questo delle fotografie mi interessa sempre ciò che resta fuori dall’inquadratura.

Una mano serrata sotto il tavolo.

Gli occhi gonfi nascosti bene dal trucco.

Una stanza lasciata per ultima.

Un numero cancellato e riscritto cento volte.

Lì, molto prima che qualcuno possa chiamarla riuscita, una vita comincia a diventare tua.

La puoi guardare, con le sue perdite, le sue storture, la sua bellezza imperfetta, e riconoscere perfino le parti che avrei voluto cancellare.

Sai dove hai sanguinato.

Ricordi chi ti ha tenuto la mano e chi l’ha lasciata e senti che, comunque sia andata, dentro quella vita c’è la tua impronta.

Proprio come una firma.

 

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