Ho deciso di raccogliere qui alcune cose che ho scritto nei momenti più diversi della mia vita. Alcune sono ironiche, altre sono dolore messo su carta così come veniva, senza metrica, senza preoccuparmi troppo della forma, perché in certi momenti scrivere serviva prima di tutto a me. Metterle qui non è un vezzo, lo faccio perché spesso vediamo una persona per quello che è oggi e dimentichiamo tutto quello che ha dovuto attraversare per arrivarci. Io ne sono uscita, e se ce l’ho fatta io allora può farcela chiunque.
Perché dall’inferno si può uscire. C’è un prima, c’è un dopo, e non ci sarà mai più un come prima, perché il dolore cambia, eccome se cambia.
Il dopo, però,può essere persino migliore.
Piano piano renderò pubblico quello che, giorno per giorno, mi sentirò di poter condividere, nella speranza che, da qualche parte, possa servire a qualcuno.

Ancora qui
Il mare a quest’ora è una lastra scura, quasi immobile, e io appoggio la fronte al vetro della finestra lasciando che il respiro disegni per un istante un piccolo alone che compare e scompare, proprio mentre sento l’aria cambiare appena dietro il mio orecchio destro, in quel punto preciso in cui, ancora oggi, basta pochissimo perché io sappia che sei tu.

Fioriture notturne
Il rumore della chiave che gira nella toppa non decreta un isolamento, ma suona piuttosto come il sigillo di una camera di decantazione, il momento esatto in cui i sedimenti della giornata smettono di fluttuare e precipitano, lasciando l’aria attorno a me finalmente nitida e sciolta dall’obbligo di rassicurare.

Il confine
Sarebbe così facile amarti, ma fa paura.
E io ascolto il verbo al condizionale
scavare la solita, identica distanza.
Mi guardi come si osserva un bosco troppo fitto,
cercando un sentiero battuto che non c’è.

Te l’avevo detto io!
Ho una dote particolare nel complicarmi la vita con una precisione quasi professionale.
Il bello è che all’inizio lo so.
Lo sento subito.
C’è quella specie di campanello interno che parte piano e mi dice: “Antonella, lascia perdere.”
Io lo sento benissimo.
E cosa faccio?
Niente.

Madre
Oggi è il tuo compleanno e dovrei avere pensieri dolci, dovrei alzare gli occhi e rivolgermi a te dicendoti auguri mamma.
Invece ti penso come si pensa a una casa in cui si è vissuto a lungo senza riuscire a sentirsi davvero al sicuro, conoscendone ogni stanza, ogni rumore, ogni angolo, eppure senza avere un posto preciso in cui tornare con tenerezza.

Niente mi assomiglia più
Mi guardo le mani, cercando disperatamente di capire dove sono finita, sprofondata in questo spazio bianco che mi inghiotte la voce e mi paralizza i muscoli. Galleggio in un tempo denso, ovattato, un limbo in cui non riesco più a muovere un solo passo verso la vita.

La grammatica dell’amore
Il problema dell’amore non è la chimica.
È la sintassi.
Passiamo la vita a cercare l’anima gemella sperando in improbabili allineamenti astrali, affinità musicali o passioni condivise per il sushi, quando la primissima cosa che dovremmo chiedere a un tavolo incrociato al primo appuntamento è:
«Scusa, tu come sei messo con i tempi verbali?». E no, vabbè, non sto scherzando.

Macchie di vita
Non so che farmene delle vite conservate sottovuoto.
Del camminare in punta di piedi per il terrore di sollevare la polvere, dell’ossessione di mantenere l’abito intatto.
L’amore non è una stanza asettica. È terra scura che si impasta con l’acqua, fango che ti schizza in faccia mentre ridi a bocca spalancata. È attrito, collisione, bruciatura.

Nuda
Il tuo nome era di tutti.
Noi respiravamo in una fenditura di buio,
custoditi dietro il bianco intatto del tuo mondo.
Quando hai spinto la porta per farci uscire
ho sentito il fiato della piazza.
Il rumore della carta che strappa la carne,
il marchio sui disertori.

Confessioni di una ex maniaca delle To-Do List
C’è stato un tempo in cui la mia scrivania assomigliava al pannello di controllo di un reattore nucleare a un passo dalla fusione.
Ero la regina indiscussa delle to-do list. E non parlo di semplici elenchi, ma di architetture di priorità che sfidavano le leggi della fisica, codici colore che Pantone scansati proprio, e sotto-obiettivi che di notte si riproducevano per conto loro.

Spazio netto
Le mani non cercano appigli,
non stringono più niente per paura di cadere.
Basta l’aria, quella fredda che scende nei polmoni
a ricordarmi il mio perimetro esatto.

Avorio e sale
Esiste una linea di confine, là dove la marea sfarina il tempo in salsedine e promesse mancate. Lì l’occasione prende forma e attende.
Piantato nella rena scura, ancora madida di risacche, c’è uno strumento che è quasi un’eresia. Non un semplice pianoforte, ma il grembo silenzioso dei giorni a venire, un vuoto gravido di suoni che implora il riscatto di una forma.

La scartavetratrice
Lo chiamano Coaching Umanistico.
Detto così, pare una roba da gente coi sandali, che mangia semi di lino e parla solo al plurale maiestatis dell’anima e invece, il più delle volte, è roba da Geppetto.
Ti arriva il pezzo di legno, magari un bell’ulivo eh, ma carico di nodi. Oppure un pioppo, che pare dritto ma, appena lo tocchi, senti che dondola perché le radici sono troppo superficiali. E tutti …tutti … arrivano convinti di essere legna da ardere.

Protocollo di emergenza per anime in riassetto
Versione 0.0.1 (beta, ma già abbastanza sfacciata)
Art. 1 – Disinnesco del panico di cortesia
Quando scatta il “tutto bene” di default, respira e traduci: “Oggi sono in manutenzione, rispondo piano.” Onesto, breve, civile. Il panico capisce e smette di suonare il clacson.
Art. 2 – Restituzione delle maschere non conformi

La casa inclinata
La casa aveva un lato più pesante, e lo capivi dai bicchieri sul tavolo, dalle porte che sembravano chiudersi da sole, dal corridoio che cambiava aria quando arrivava un passo.
Avevo imparato presto dove mettere i piedi perché il pavimento non parlasse, quali parole lasciare in tasca, quanto spazio occupare a tavola e persino nelle fotografie, come se crescere significasse diventare sempre più precisa nel mestiere di non disturbare.

Il cactus e il Gin Tonic
Per anni ho scambiato la cura di me per una specie di bootcamp per lo spirito, una disciplina severissima fatta di elenchi puntati, sveglie prima dell’alba e l’assoluto, drammatico divieto di avvicinarsi a un carboidrato dopo il tramonto. Pensavo fosse una gara di appalti per la versione 2.0 di me stessa, una costruzione continua per impressionare quel pubblico d’onore, sempre seduto in prima fila, che anche davanti a un triplo salto mortale si sarebbe limitato a un cenno di sufficienza. Ero convinta che significasse potare via tutto quello che sporgeva, ogni pensiero bizzarro, ogni desiderio fuori programma, finché non fossi diventata liscia, efficiente e prevedibile come il menù di un ospedale.

Chiara e Pongo
C’erano una volta, in un cortile di erba alta e cielo basso, due anime che più diverse non potevano essere.
Lei, Chiara, posata come una sovrana in esilio volontario, con lo sguardo che sembra andare oltre i confini del presente. Nel suo manto di avorio e carbone c’è tutta la grazia delle creature che non hanno bisogno di farsi notare; è l’autorevolezza gentile di chi detta le regole senza alzare la voce, la fermezza di chi, se anche tace, non smette mai di guidare.

Dettagli
I dettagli.
Mi abitano da sempre, come una lente che non posso togliere.
Da bambina, mentre gli altri rincorrevano le favole, io mi perdevo nelle virgole: il bordo sbeccato di una tazza, la cucitura storta di un vestito, la smorfia che incrinava un sorriso troppo perfetto.
Non era curiosità: era destino.
Il mondo mi parlava a bassa voce, e io non riuscivo a tapparmi le orecchie.
Col tempo ho capito che i dettagli non mentono mai.

Alleanza
E’ il legame che non ha bisogno di essere spiegato, nato prima delle parole, cresciuto nel silenzio degli sguardi, nel gesto naturale del dividere la merenda, nel pianto condiviso all’uscita dell’asilo quando il mondo sembrava enorme e noi due minuscole.
Così è nata la mia amicizia con Daura, o forse era nata già da prima, in un tempo senza tempo, poi ci siamo solo riconosciute in mezzo a tanti visi.

Candidatura respinta
Per una donna con un’esistenza talmente piena che incastrare un appuntamento dal dentista è un’impresa degna di Indiana Jones, l’idea di “innamorarsi” suona vagamente come una leggenda metropolitana. Non è che ci stia attivamente dando la caccia; la sua casella email è già un caotico crocevia di proposte di lavoro, collaborazioni e, sì, qualche audace “ehi” che spera di farsi largo nella sua agenda blindata. La monotonia è la sua kryptonite, le repliche la fanno sbadigliare al solo pensiero, e chi si presenta con il solito “come stai?” ha già perso in partenza.

L’acqua sopra di noi
C’era una stanza sotto il mare.
Nessuno sapeva come ci fosse arrivata.
Le finestre guardavano pesci lenti attraversare il buio,
sul tavolo una tazza conservava ancora il cerchio pallido di una bocca
e dalle tende, immobili nell’acqua,
cadeva una luce verde che sembrava provenire da un altro secolo.
Siamo stati lì.
Lì soltanto.

Ti presto le mie scarpe
Ti presto le mie scarpe.
Un tacco 10, sempre. Non per vezzo, non per vanità, ma perché mi ricordano che la vita non si attraversa scalza. Ogni passo è una sfida alla gravità, un atto di equilibrio che non concede distrazioni.
Chi mi guarda dall’esterno vede solo l’altezza, l’apparenza che non vacilla. Non sa che il mio tallone, lì dentro, a volte pulsa di dolore; che ogni metro percorso su questi tacchi è una lezione di resistenza silenziosa.

Ogni dolore ha un volto che conosco
Ogni volta che vedo una foto così, penso a Chiara, la mia cagnolina.
Penso a lei legata a quel bidone, con lo stesso sguardo terrorizzato, in attesa di un’umanità che spesso arriva troppo tardi. Penso a come sarebbe stata la sua paura, il suo respiro corto, il battito impazzito di chi non capisce perché è stato lasciato solo.
E succede ogni volta.
Quando vedo un bambino abbandonato, penso a mio figlio nei panni di quel piccolo corpo spaesato, che aspetta solo uno sguardo che lo riconosca.

Il mio lupo
La mia anima assomiglia a quella di un lupo.
Non perché mordo, ma perché non mi fido facilmente.
Perché vivo ai margini ma vedo tutto, perché riconosco il profumo del pericolo e quello della verità.
Sono fatta di silenzi lunghi, di risvegli all’alba senza nessuno da salutare, di promesse mantenute anche quando nessuno se ne accorge.
Mi hanno addestrata alla sopravvivenza, ma non all’amore, quello l’ho imparato a modo mio inciampando, leccandomi le ferite da sola.

L’ora storta
C’è sempre un punto in cui ti svegli … e no, non è quello poetico in cui “sboccia la consapevolezza”.
È più simile a un “Ma che cavolo sto facendo?”.
Succede tra un caffè troppo amaro e una riunione troppo inutile, o mentre sorridi meccanicamente alla persona che ormai ascolti solo col pilota automatico.
È quel momento in cui non ti serve più una crisi esistenziale completa, ti basta un dettaglio fuori posto, un messaggio non risposto, la tua faccia riflessa allo specchio mentre provi a convincerti che va tutto come dovrebbe andare.

A conti fatti
Le cose importanti non fanno rumore, non indossano abiti firmati e non bussano forte. Sono le risate che non ho fotografato e che, chissà come, continuano a risuonarmi dentro; le parole dette a bassa voce, quelle che non ho mai avuto il coraggio di scrivere e che ho pensato mille volte, magari sempre nello stesso modo, magari sempre rivolte alla stessa persona. Sono gli abbracci dati senza secondi fini, i silenzi condivisi senza disagio, i “ci sono” mai pronunciati eppure dimostrati in quei piccoli gesti che, quando tornano alla memoria, riescono ancora a commuovermi.

Il mare, dopo
Serve il mare, serve sempre.
Serve per lasciarsi alle spalle le spiegazioni inutili, i pensieri che girano in tondo come piccoli mulinelli di sabbia che, quando ti entra negli occhi, oscura la luce.
Serve sempre il mare, quando è silenzioso, per quel vento che ti taglia la faccia e ti ricorda che sei viva, mentre ti spettina tutte le convinzioni.

La geometria del niente
Era il mio posto sicuro, dove niente entra, ma nessuno esce.
È così che ho costruito la mia gabbia.
Anni senza battiti nè note, rumorosi solo di ricordi che hanno tracciato una strada sulla quale adesso non voglio più camminare.
È vuoto, è solitudine è… niente.

Fuori dall’inquadratura
Tutti vedono la fotografia, quando qualcosa ha finalmente preso forma. Una firma in fondo a un contratto, una porta che si apre, il nome scritto dove per anni avevi immaginato di trovarlo, ma la fotografia arriva sempre dopo, quando il sangue si è già asciugato e le mani hanno smesso di tremare.
Quello che viene prima quasi nessuno lo conosce.
Le tre del mattino con la cucina accesa e il resto della casa immerso nel buio, una tazza ormai fredda tra le dita, il silenzio che diventa così grande da costringerti ad ascoltare pensieri che durante il giorno riesci ancora a tenere fuori dalla porta. Le decisioni prese quando ogni possibilità aveva un prezzo e nessuna somigliava davvero a una salvezza.
Scrivimi
A volte si legge una pagina e viene voglia di rispondere, raccontare un pensiero, condividere un ricordo, dire semplicemente «questa cosa la conosco anch’io».
Se ti è successo qui, puoi scrivermi. Leggo tutto, con attenzione.

