Lo chiamano Coaching Umanistico.
Detto così, pare una roba da gente coi sandali, che mangia semi di lino e parla solo al plurale maiestatis dell’anima e invece, il più delle volte, è roba da Geppetto.
Ti arriva il pezzo di legno, magari un bell’ulivo eh, ma carico di nodi. Oppure un pioppo, che pare dritto ma, appena lo tocchi, senti che dondola perché le radici sono troppo superficiali. E tutti …tutti … arrivano convinti di essere legna da ardere.
«Io non ho potenziale», dicono. «Io sono bloccato».
Bloccato, bella parola, come se bastasse levare un tappo.
Il mio lavoro, se proprio lo volete sapere, non è fare miracoli. È fare l’inventario. È sedersi lì, con quel pezzo di legno davanti, e iniziare a scartavetrare.
Loro parlano di dolori, di madri, di ex, di lavori che non danno soddisfazione e mentre parlano, io ascolto.
Ascolto davvero.
Ascolto quello che dicono, ma soprattutto ascolto la musica che c’è sotto, il cigolio della paura, il toc sordo della rabbia vecchia, il silenzio dove dovrebbe esserci il desiderio.
E scartavetro.
La toscana dentro di me, ogni tanto, scalpita.
Mentre quello mi racconta per la quinta volta di come il suo capo sia un tiranno (e lui, povera stella, non possa farci nulla), mi viene in mente una nonnina di Fucecchio che gli sussurrerebbe all’orecchio: «O bischero, e dagli un calcio in que’ posto, no?».
Invece io no, io sto, tengo lo spazio.
Tenere lo spazio.
Espressione bellissima, ma a me pare più di tenere la scala.
C’è uno che deve salire a riparare la grondaia della sua vita, ma ha le vertigini. Tu che fai? Non puoi salire al posto suo, che sennò quello non impara più. Allora ti metti sotto, afferri la scala con tutte le tue forze e dici: «Vai. Se caschi, ti prendo, o almeno, ammortizzo».
È un lavoro di pazienza certosina, perché il difficile non è vedere il potenziale negli altri, è farglielo vedere a loro. Fargli capire che quel nodo che pare un difetto, in realtà, è il punto esatto da cui parte la venatura più bella.
Li vedi arrivare curvi, col colorito grigio di chi respira solo l’aria viziata delle proprie convinzioni. E tu sei lì, a insistere. «Prova a respirare da quest’altra parte. Senti?».
«Eh, ma è difficile».
«Maremma, e che volevi? La vita con l’aria condizionata?». (Questo lo penso, non lo dico. O almeno non sempre, e quando lo dico lo faccio ridendo).
E poi, un giorno, succede.
Non è un lampo né l’illuminazione sulla via di Damasco. È una cosa lenta, come la fioritura di un carciofo, spinoso fuori, ma dentro ha il cuore.
Vedi che alzano la testa, che scelgono, che smettono di inciampare nei loro stessi rami secchi perché, finalmente, hanno avuto il coraggio di potare.
Loro la chiamano ‘rinascita’. A me pare solo che abbiano smesso di camminare col freno a mano tirato.
E quando se ne vanno, che ormai la scala la tengono da soli e ci salgono pure a due scalini per volta, io rimango lì, con la seggiolina vuota, piena di polvere di legno, di trucioli di vecchie paure.
Mi pulisco le mani sul grembiule.
È stata una bella fatica.
E mentre guardo la porta chiudersi, penso solo una cosa:
«Ovvia, andiamo a prendere un caffè, che il prossimo è già qui che aspetta».,
Scrivimi
A volte si legge una pagina e viene voglia di rispondere, raccontare un pensiero, condividere un ricordo, dire semplicemente «questa cosa la conosco anch’io».
Se ti è successo qui, puoi scrivermi. Leggo tutto, con attenzione.

