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Esiste una linea di confine,

là dove la marea sfarina il tempo

in salsedine e promesse mancate.

Lì l’occasione prende forma

e attende.


Piantato nella rena scura,

ancora madida di risacche,

c’è uno strumento che è quasi un’eresia.

Non un semplice pianoforte,

ma il grembo silenzioso dei giorni a venire,

un vuoto gravido di suoni

che implora il riscatto di una forma.


Il mare,

compositore cieco e antichissimo,

mastica la battuta in sottofondo,

un ostinato di potenziale assoluto e vertiginoso

che da solo non basta a farsi canto.

Perché l’acqua logora,

ma non scrive.


Il peso della creazione

ricade su chi resta a riva.


Siede a noi l’arbitrio di occupare quello sgabello,

di premere i polpastrelli

sull’avorio di minuti altrimenti muti.

Siamo solisti nudi,

chiamati a tradurre in accordi

la fragilità di questa immensa e spietata scenografia,

a imporre un senso all’indistinto

per sottrarlo all’oblio della prossima onda.


Che non sia un esercizio di stile, allora,

o una resa suonata a mezza voce.

Che sia un’interpretazione furiosa e autentica,

un tocco così denso di carne e intenzione

da piegare la linea dell’orizzonte,

accordando,

anche solo per un istante perfetto,

il battito dell’uomo al respiro dell’infinito.

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