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Ti presto le mie scarpe

Ti presto le mie scarpe.

Un tacco 10, sempre. Non per vezzo, non per vanità, ma perché mi ricordano che la vita non si attraversa scalza. Ogni passo è una sfida alla gravità, un atto di equilibrio che non concede distrazioni.

Chi mi guarda dall’esterno vede solo l’altezza, l’apparenza che non vacilla. Non sa che il mio tallone, lì dentro, a volte pulsa di dolore; che ogni metro percorso su questi tacchi è una lezione di resistenza silenziosa.

Il giudizio, invece, corre veloce, comodo, come una scarpa bassa che non conosce attrito; condanne scivolate addosso con la leggerezza dell’indifferenza, come se fosse naturale decidere chi vale e chi no.

Ma un tacco 10 non ammette superficialità. Obbliga a stare presente, a sentire la terra sotto, a bilanciare la colonna vertebrale con la dignità. È la metafora di chi si rialza ogni volta, nonostante la fatica, e sceglie di camminare comunque, anche quando il mondo ti spingerebbe a restare ferma.

Ci sono giorni in cui l’asfalto brucia, in cui il terreno è pieno di crepe, in cui inciampare sarebbe l’esito più logico. Eppure continuo, perché ho imparato che la resilienza non è il passo sicuro, ma l’arte di trasformare la caduta in un ritmo nuovo.

Ti presto le mie scarpe, e forse allora capirai che non sono accessorio né capriccio, sono la mia corazza sottile.

Su questi dieci centimetri di instabilità ho imparato a camminare sopra i giudizi, a sopravvivere all’indifferenza, a trasformare ogni condanna in centimetri di altezza interiore.

Il mondo è pieno di scarpe piatte che osservano da lontano, convinte che basti il terreno liscio per conoscere la fatica.

Io invece so che la vera forza nasce qui, dal tenere in equilibrio il dolore e la grazia, il rischio e la dignità, sul fragile miracolo di un tacco che potrebbe spezzarsi a ogni istante e che invece mi ha insegnato a non spezzarmi mai.

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