C’era una stanza sotto il mare.
Nessuno sapeva come ci fosse arrivata.
Le finestre guardavano pesci lenti attraversare il buio,
sul tavolo una tazza conservava ancora il cerchio pallido di una bocca
e dalle tende, immobili nell’acqua,
cadeva una luce verde che sembrava provenire da un altro secolo.
Siamo stati lì.
Lì soltanto.
Come due ombre passate nello stesso punto
in ore diverse,
abbastanza vicine da confondere per un istante
la propria temperatura.
Sul pavimento cresceva sale.
Entrava nelle fessure del legno,
saliva lungo le gambe delle sedie,
copriva lentamente ciò che nessuno aveva avuto il coraggio di spostare.
Anche il tempo, laggiù, si era guastato.
Le lancette giravano senza avanzare,
le stagioni arrivavano già finite
e ogni cosa sembrava sul punto di accadere
da così tanto tempo
che aveva smesso di aspettare.
Tu eri quella finestra.
Io il vetro.
Tra noi, tutta l’acqua.
Eppure certe notti il mare cambia pressione
e la stanza risale di qualche centimetro,
quanto basta perché una maniglia torni a brillare,
un bicchiere tremi sul tavolo
e qualcosa che credevo sepolto
riprenda per un istante
la forma esatta della luce.
Poi tutto ridiscende.
Senza rumore.
E sopra, ignaro,
il mare continua.
Scrivimi
A volte si legge una pagina e viene voglia di rispondere, raccontare un pensiero, condividere un ricordo, dire semplicemente «questa cosa la conosco anch’io».
Se ti è successo qui, puoi scrivermi. Leggo tutto, con attenzione.

