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Il mare a quest’ora è una lastra scura, quasi immobile, e io appoggio la fronte al vetro della finestra lasciando che il respiro disegni per un istante un piccolo alone che compare e scompare, proprio mentre sento l’aria cambiare appena dietro il mio orecchio destro, in quel punto preciso in cui, ancora oggi, basta pochissimo perché io sappia che sei tu.

Sorrido.

Come stai?

«Ti riconosco», mormoro piano, senza voltarmi. Rimani accanto a me per qualche secondo, in silenzio, poi arriva la tua voce, bassa, seria come diventava solo quando volevi essere certo che ti ascoltassi davvero.

Voglio che tu sia felice.

Abbasso gli occhi.

E non accontentarti.

«Lo so.»

No. Ogni tanto te ne dimentichi.

Mi viene da sorridere, perché questo eri tu, capace di vedere una mia esitazione prima ancora che io riuscissi a darle un nome.

«E come faccio?»

Fuori il mare si è preso quasi tutta la luce.

Come hai sempre fatto. Noi non ci siamo mai accontentati.

Resto zitta. Abbiamo vissuto a lungo ai margini delle cose, nei silenzi tra una telefonata e l’altra, negli arrivi senza fotografie, nei saluti che duravano sempre un po’ più del necessario, eppure, dentro quel poco, non c’è mai stato niente di piccolo.

«Nessuno sarà mai te», dico alla fine. «L’altro giorno ho visto un uomo davanti a una vetrina. Aveva una giacca scura e si è fermato un attimo a guardarsi nel riflesso, poi ha tirato appena i risvolti e si è sistemato il nodo della cravatta.»

Faccio il gesto con le mani, quasi senza accorgermene. «Per un secondo ho pensato fossi tu.» Ti sento sorridere prima ancora della risposta.

Impossibile.

«Perché?»

Io avevo molto più stile.

Rido piano, quella risata piccola che resta quasi tutta nella gola e che però basta a sciogliere qualcosa che da giorni tenevo fermo lì, sotto lo sterno.

«Sei sempre stato insopportabile.»

E tu mi hai amato lo stesso.

Questa volta non rispondo. La fronte è contro il vetro mentre guardo il mio riflesso farsi sempre più debole mentre la stanza si scurisce, poi ti sento la tua mano dietro le mie scapole, proprio come facevi allora, con quella pressione leggera che voleva dire soltanto una cosa.

Raddrizza la schiena. E io la raddrizzo.

«Va bene», sussurro.

Non so se l’ho detto a te o a me. Rimango lì ancora un poco, con il mare ormai nero davanti agli occhi, e penso che alcune persone smettono di avere un posto nel mondo e continuano ad averlo dentro di noi, nello stesso punto preciso in cui le abbiamo sempre aspettate.

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