Il rumore della chiave che gira nella toppa non decreta un isolamento, ma suona piuttosto come il sigillo di una camera di decantazione, il momento esatto in cui i sedimenti della giornata smettono di fluttuare e precipitano, lasciando l’aria attorno a me finalmente nitida e sciolta dall’obbligo di rassicurare. È proprio qui, nell’eco di passi sbrigativi che sbiadiscono giù per le rampe delle scale, che l’ossigeno riprende una densità quasi tattile, liberandomi dall’estenuante fatica di dover limare le mie vertigini per non spaventare le mani incerte di chi vorrebbe tenermi senza possedere una presa abbastanza salda. Questo spazio non ha nulla in comune con i salotti vuoti di chi patisce l’abbandono, ma somiglia a una sala macchine in perenne funzione, un telaio nervoso dove pensieri elettrici, memorie affilate e intuizioni fulminee si intrecciano in un disegno troppo vasto per gli occhi di chi è abituato a leggere soltanto i riassunti.
Porto addosso l’ingombro di un alfabeto irregolare, una sintassi emotiva carica di incisi e di scarti improvvisi, e finisco per osservare con una lucida indulgenza quegli uomini che si innamorano follemente del suono della mia voce, per poi arretrare terrorizzati non appena si accorgono di non saperne tradurre il senso profondo. Sono esploratori attratti dal brivido dell’alta quota, che si riempiono la bocca con il fascino della roccia esposta ma, quando l’aria si fa tagliente e i polmoni bruciano per l’intensità del freddo, si affannano a cercare la prima funivia disponibile per tornare all’asfalto tiepido e prevedibile dei loro confini conosciuti. Eppure, mentre sposto distrattamente un oggetto sul tavolo e mi godo il rumore sordo del vetro che tocca il legno, percepisco con chiarezza assoluta che questo mio continuo ribollire non è una condanna da espiare, bensì un reattore acceso che mi garantisce la sopravvivenza.
C’è una fierezza quasi crudele nella sua purezza, una grazia selvatica nello scoprire che mi rifiuto categoricamente di spegnere o silenziare questa testa in perenne combustione solo per elemosinare l’illusione di una compagnia a basso voltaggio. Quello che a uno sguardo estraneo può apparire come un ecosistema inospitale è in realtà il mio giardino botanico perfetto, una serra di fioriture notturne e radici indomabili in cui mi muovo con un’eleganza che appartiene solo a me, rivendicando ogni sera il lusso inestimabile e del tutto autosufficiente di sapermi abitare fino all’ultimo millimetro.
Scrivimi
A volte si legge una pagina e viene voglia di rispondere, raccontare un pensiero, condividere un ricordo, dire semplicemente «questa cosa la conosco anch’io».
Se ti è successo qui, puoi scrivermi. Leggo tutto, con attenzione.

