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La casa inclinata

La casa aveva un lato più pesante, e lo capivi dai bicchieri sul tavolo, dalle porte che sembravano chiudersi da sole, dal corridoio che cambiava aria quando arrivava un passo.

Avevo imparato presto dove mettere i piedi perché il pavimento non parlasse, quali parole lasciare in tasca, quanto spazio occupare a tavola e persino nelle fotografie, come se crescere significasse diventare sempre più precisa nel mestiere di non disturbare.

Certe case entrano nel corpo prima ancora che nella memoria. Le spalle si stringono, la voce prende una misura più piccola, i desideri imparano a passare di lato e, dopo un po’, si finisce per credere che quella sia semplicemente la forma del mondo.

Poi la casa cambia, ma il corpo no.

Per molto tempo ho continuato a camminare vicino ai muri, ad aprire le finestre soltanto a metà, a preparare spiegazioni per domande che nessuno aveva fatto.

Poi un giorno dici no e il mondo resta al proprio posto.

Un altro dici voglio, e nessuno viene a confiscare la parola.

E allora capisci che la casa era davvero inclinata e che per anni avevi chiamato equilibrio la postura necessaria a non cadere.

 

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