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Il cactus e il Gin Tonic

Per anni ho scambiato la cura di me per una specie di bootcamp per lo spirito, una disciplina severissima fatta di elenchi puntati, sveglie prima dell’alba e l’assoluto, drammatico divieto di avvicinarsi a un carboidrato dopo il tramonto. Pensavo fosse una gara di appalti per la versione 2.0 di me stessa, una costruzione continua per impressionare quel pubblico d’onore, sempre seduto in prima fila, che anche davanti a un triplo salto mortale si sarebbe limitato a un cenno di sufficienza. Ero convinta che significasse potare via tutto quello che sporgeva, ogni pensiero bizzarro, ogni desiderio fuori programma, finché non fossi diventata liscia, efficiente e prevedibile come il menù di un ospedale.

Poi, ovviamente, è arrivato il classico martedì pomeriggio grigio in cui tutto il mio impeccabile castello di carte è venuto giù. E lì, seduta in mezzo alle mie rovine perfettamente organizzate, ho capito l’inganno. Non si trattava di costruire un grattacielo, ma di scoprire che stavo già abitando in una casa. Forse un po’ storta, certo, ma con ottime fondamenta e una vista decisamente interessante.

La vera cura, quella che sa più di romanzo che di manuale di auto-aiuto, non è una guerra santa contro i propri difetti. È, semmai, un armistizio firmato davanti a un bicchiere di vino decente. È smettere di guardare la mia mente e il mio corpo come se fossero inquilini morosi da sfrattare o, peggio, elettrodomestici rotti da riparare in fretta. È più un lavoro di archeologia paziente. Spolveri, scavi con delicatezza, e all’improvviso trovi un pezzo di te che non vedevi da anni, sepolto sotto un quintale di “dovrei” e “non sta bene”. È stato come passare la vita a cercare di essere una rosa da concorso, delicata e approvata da tutti, per poi realizzare di essere, nel profondo, un cactus. Un po’ spinosa, d’accordo, ma capace di fiorire nel deserto e di difendersi egregiamente.

Adesso la mia cura è diventata un esercizio di ascolto selettivo. È la capacità acquisita di distinguere la voce stridula del mio critico interiore, quella specie di sergente maggiore che urla che non sto mai facendo abbastanza, da quella vocina più timida, la mia, che magari mi sta solo supplicando di guardare fuori dalla finestra per cinque minuti. È l’atto rivoluzionario di cucinarmi un piatto di pasta come si deve anche se sono sola, non per la nutrizione, ma perché la persona che sono stasera si merita il glutine e la bellezza, anche senza testimoni. Ed è la gioia di dire “sì” a cose deliziosamente inutili, tipo comprare l’ennesima tazza carina, mentre la pila di libri non letti sul comodino organizza una silenziosa protesta.

È un casino, sia chiaro. Un processo gloriosamente imperfetto, pieno di ricadute. È accorgermi che ho ripreso in mano le forbici mentali e sto già cercando di “ottimizzare” il relax. E allora, con tutta la pazienza di cui sono capace, mi do una pacca sulla spalla, poso quelle benedette forbici e vado a farmi un caffè o forse un gin tonic, non so …. devo ancora ascoltarmi bene.

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