Il problema dell’amore non è la chimica.
È la sintassi.
Passiamo la vita a cercare l’anima gemella sperando in improbabili allineamenti astrali, affinità musicali o passioni condivise per il sushi, quando la primissima cosa che dovremmo chiedere a un tavolo incrociato al primo appuntamento è:
«Scusa, tu come sei messo con i tempi verbali?». E no, vabbè, non sto scherzando.
Perché l’amore, prima ancora di essere un sentimento, è uno spietato esercizio di grammatica e la maggior parte di noi va in giro con la matita blu, pronta a farsi spezzare il cuore da un errore di ortografia emotiva.
Prendiamo i tempi verbali.
I cimiteri delle relazioni sono pieni di storie scritte al Condizionale. Il condizionale è il tempo dei vigliacchi, di quelli che tengono sempre un piede fuori dalla porta. È il regno del «Saremmo stati perfetti, se solo…», del «Ti amerei, ma in questo momento devo trovare me stesso». Che poi, diciamocelo, di solito significa solo che stanno cercando qualcun altro. Il condizionale non suda, non si sporca le mani e si culla nell’illusione di una perfezione che non esiste. L’amore vero, invece, è un Indicativo Presente. È sgraziato, imperfetto, ti piomba addosso di martedì pomeriggio mentre hai i capelli sporchi e il frigo vuoto. L’indicativo non promette niente per il futuro, ma intanto è. Accade e fa un rumore assordante.
Poi c’è il campo minato della punteggiatura.
Non c’è niente di più passivo-aggressivo di un punto fermo messo alla fine di un «Ok» su WhatsApp. Quel punto non è una pausa, è una ghigliottina. Ma i veri criminali dell’amore sono gli spacciatori di puntini di sospensione. Quelli che non chiudono mai una frase, non definiscono mai un rapporto, lasciano sempre tutto a sfumare… No ma … chi vi ha cresciuti, i fantasmi? L’amore adulto, quello che ti salva la vita, usa le virgole per prendere fiato tra una corsa e l’altra, per aggiungere, per continuare a spiegarsi. E usa i due punti, perché c’è sempre qualcosa di nuovo da dichiarare a chi si ha davanti.
E vogliamo parlare dell’analisi logica?
È lì che si consumano le tragedie peggiori. Incontriamo persone meravigliose e, per pura disperazione, le trasformiamo in Complementi di Scopo (mi servi per non stare da sola) o, peggio, in Complementi di Compagnia (basta che respiri e mi accompagni all’Ikea). Eppure, l’unica cosa che vorremmo davvero è smettere di essere l’inciso della frase di qualcun altro per diventarne, finalmente, il Soggetto. O al limite un bellissimo, assoluto Complemento di Termine, la persona a cui è destinata ogni singola azione.
Ma la verità più scomoda sulla grammatica dell’amore è che, proprio come a scuola, puoi passare anni a studiare le regole, puoi imparare a memoria le declinazioni, memorizzare le eccezioni, lucidare la sintassi fino a renderla inattaccabile. Poi, un giorno, ti ritrovi davanti agli occhi giusti, improvvisamente, ti dimentichi tutto. Dimentichi i soggetti, sbagli i congiuntivi, balbetti, perdi il filo del discorso e ridi per mascherare il fatto che non sai più chi sei.
Perché la forma più alta, intelligente e profonda dell’amore è avere il coraggio di farsi trovare analfabeti, buttare via il manuale, e cominciare a inventare una lingua da capo. Rigorosamente insieme.
Scrivimi
A volte si legge una pagina e viene voglia di rispondere, raccontare un pensiero, condividere un ricordo, dire semplicemente «questa cosa la conosco anch’io».
Se ti è successo qui, puoi scrivermi. Leggo tutto, con attenzione.

