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Niente mi assomiglia più

Mi guardo le mani, cercando disperatamente di capire dove sono finita, sprofondata in questo spazio bianco che mi inghiotte la voce e mi paralizza i muscoli. Galleggio in un tempo denso, ovattato, un limbo in cui non riesco più a muovere un solo passo verso la vita. È una tortura silenziosa e spietata questa, sentirmi scivolare via dalla mia stessa carne ogni giorno un po’ di più, annaspando in una nebbia che mi cancella i contorni. Arrivo a schiantarmi contro la superficie dello specchio, sussurrando con un terrore che mi spacca il petto che non c’è più niente che assomiglia a me. Provo a scavare a mani nude nella memoria, per trattenere almeno una sillaba, un misero suono che mi ancori alla realtà, ma le parole si disgregano sulla lingua prima ancora di prendere forma. Resto qui a respirare a fatica, intrappolata dentro un corpo che è diventato all’improvviso un involucro estraneo, un nemico che non mi risponde più. Avverto la vertigine insopportabile di questo svuotamento inesorabile, una scarnificazione che mi divora viva dall’interno, mentre mi agito nel buio per aggrapparmi a un frammento minuscolo della donna che ero. E alla fine mi ritrovo a stringere soltanto il vuoto, prigioniera di un esilio atroce in cui persino la disperazione sembra aver dimenticato il mio vero nome.

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