Non so che farmene delle vite conservate sottovuoto.
Del camminare in punta di piedi per il terrore di sollevare la polvere, dell’ossessione di mantenere l’abito intatto.
L’amore non è una stanza asettica. È terra scura che si impasta con l’acqua, fango che ti schizza in faccia mentre ridi a bocca spalancata. È attrito, collisione, bruciatura.
Io mi sporco. Ci affondo dentro fino ai gomiti. Lascio che la vita mi coli sulle dita e mi macchi i polsi. Voglio l’unto della passione, l’odore aspro dei giorni morsi fino all’osso, le ginocchia sbucciate per la troppa fretta di correre incontro a quello che desidero.
Lasciatela agli altri, l’igiene dei sentimenti tiepidi. Quella prudenza chirurgica di chi passa il tempo a smacchiare i margini della propria esistenza per renderla presentabile.
Io pretendo i graffi. Voglio odorare di strada, di notti consumate, di sbagli fatti a cento all’ora.
Perché chi arriva alla fine con le mani perfettamente pulite, in fondo, non ha mai toccato niente.
Scrivimi
A volte si legge una pagina e viene voglia di rispondere, raccontare un pensiero, condividere un ricordo, dire semplicemente «questa cosa la conosco anch’io».
Se ti è successo qui, puoi scrivermi. Leggo tutto, con attenzione.

